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L’evoluzione della market shareitaliana sui mercati internazionali evidenzia che, seppur tuttora alle prime posizioni delle graduatorie mondiali ed invero con una quota che è ben più alta rispetto al peso del nostro Paese nell’economia mondiale, il Made in Italydella meccanica strumentale non sembra pienamente capace di soddisfare la crescente domanda estera. All’interno dei paesi membri del G20, la crescita del valore esportato dal 2007 al 2014 è stata insufficiente per conservare la quota di mercato dell’Italia, che dal 9,3% del commercio totale è scesa all’8,2%. Soltanto nelle macchine automatiche per il confezionamento e l’imballaggio (dove all’incirca un macchinario su quattro venduto nel mondo è tricolore) e nei macchinari destinati all’industria della carta e del cartone il saldo è positivo, mentre gli altri comparti vedono diluirsi la rispettiva quota di mercato.
In sintesi, si denota una perdita di competitività in Europa, e in particolar modo in alcuni mercati strategici per le imprese italiane come Francia e Spagna. D’altro canto in paesi più lontani, in cui una sempre maggiore apertura si accompagna a tassi di crescita elevati, i costruttori italiani non riescono ad aumentare la propria presenza relativa e a cogliere, quindi, tuttele opportunità.
Tra Italia, Germania e Cina si rilevano importanti differenze strutturali nel profilo dell’export di macchine industriali. Il nostro Paese tende a concentrare relativamente meno le proprie esportazioni, anche se la Cina si sta allineando grazie ad una spiccata capacità di penetrazione dei nuovi mercati. Al rischio che risulta dalla concentrazione dei mercati di destinazione si accompagna quello idiosincratico di ciascun mercato, misurato dagli indici di rischiosità dell’OCSE.
I dati confermano, inoltre, che la distanza media dei mercati di destinazione è aumentata sugli otto anni di analisi e in modo più significativo per Italia e Germania; dal 2011 però, in maniera quasi contemporanea, si registra un’inversione di tendenza per tutti i paesi – forse una fluttuazione ciclica, anche se non si può escludere che sia il segnale di un aumento dell’instabilità geopolitica e quindi dell’accorciamento delle catene globali del commercio.
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